Qualche settimana fa, passando davanti a un circolo del PD di Jesi, mi sono imbattuto in una scena insolita: una lunga fila di persone — ad occhio e croce non di origine italiana — in attesa davanti a un cartello scritto in inglese. "Visa / Passport release". Non so bene quale fosse il nesso tra un circolo di partito e la regolarizzazione di cittadini stranieri. So che quella fila si trovava in uno dei quartieri a più alta densità di immigrazione della città. E so che quella scena mi ha fatto pensare.

Mi ha fatto pensare a quanto sia distorto il modo in cui l'Italia gestisce un fenomeno che è, prima di tutto, una variabile macroeconomica. E che, come tutte le variabili macroeconomiche, andrebbe governata con la testa, non con il cuore o con la pancia.

I numeri, questi sconosciuti

L'Italia si sta svuotando. Non è una metafora. È aritmetica.

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Ciò che ha tenuto in piedi il numero degli abitanti è il saldo migratorio. Senza di esso, il collasso demografico sarebbe già visibile.

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Il dramma delle pensioni: chi pagherà il conto?

Il sistema pensionistico italiano è a ripartizione: i lavoratori attivi di oggi pagano le pensioni dei pensionati di oggi. Non c'è un fondo accumulato. Questo sistema funziona se il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è sostenibile. In Italia, non lo è più.

Gli stranieri che lavorano regolarmente danno di più di quanto prendono, almeno sul fronte previdenziale.

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Fonte: Unioncamere — Excelsior 2024.

La distinzione che la politica evita: regolari e irregolari

Qui arriva il punto che nessuno vuole affrontare con onestà. L'immigrazione non è un fenomeno uniforme. C'è l'immigrazione che lavora, paga le tasse, manda i figli a scuola, contribuisce al sistema previdenziale. E c'è l'immigrazione irregolare, che vive nell'illegalità, non può accedere ai servizi, è preda della criminalità organizzata e, in una quota significativa, finisce per delinquere.

I dati del Ministero dell'Interno per il triennio 2022-2024 sono chiari — ma vanno letti con attenzione, distinguendo regolari da irregolari.

Incidenza stranieri sulla criminalità (2024) — Ministero dell'Interno

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Ma questi numeri, presi da soli, sono fuorvianti. Il 70% dei reati stranieri è opera del 5,6% irregolare (Barbagli). Il tasso di criminalità degli irregolari è 45 volte quello degli italiani; quello dei regolari è solo 2-3 volte superiore, in costante calo (Fondazione Hume).

Detenuti al 31/12/2024 — Ministero della Giustizia

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La composizione per nazionalità racconta una storia precisa:

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I rumeni — comunità integrata, con permesso di soggiorno, inserita nel tessuto produttivo — delinquono quasi come gli italiani. I tunisini — comunità con alta percentuale di irregolari — delinquono dieci volte di più. Non è una questione di nazionalità. È una questione di condizione giuridica e di integrazione.

Il professor Paolo Pinotti dell'Università Bocconi ha dimostrato questa correlazione in modo rigoroso: nel 2007, dopo l'ingresso di Romania e Bulgaria nell'UE, il tasso di recidiva dei detenuti rumeni e bulgari si è dimezzato rispetto ad altre nazionalità rimaste in condizione irregolare. La regolarizzazione non è buonismo. È un investimento in sicurezza pubblica.

I CPR: un miliardo sprecato

I Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) sono la risposta italiana all'immigrazione irregolare. I numeri ne certificano il fallimento.

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Un miliardo che potrebbe costruire dieci nuovi ospedali o assumere 15.000 infermieri. La domanda è semplice: ha senso continuare a spendere così?

Il sistema dei rifugiati: speculazione italiana e modelli virtuosi

C'è un'altra categoria che merita attenzione: i rifugiati. Anche qui il sistema italiano è diventato, in molti casi, un mercato. I Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) costano fino a 50 euro al giorno per persona garantendo solo vitto e alloggio. Il sistema SAI (ex SPRAR) costa 36 euro al giorno ma include lingua, orientamento lavorativo e accompagnamento all'autonomia. La differenza non è solo economica: è la differenza tra un investimento e uno spreco. La Corte dei Conti ha rilevato irregolarità nel 40% dei centri ispezionati nel 2019.

I paesi più virtuosi trattano l'accoglienza come un investimento con un obiettivo misurabile: l'autonomia della persona. In Canada il 63% dei rifugiati ha un lavoro dopo cinque anni (IRCC, 2023). In Germania i corsi di integrazione sono obbligatori — 600 ore di tedesco più 100 di orientamento civico — e il tasso di occupazione dei rifugiati supera il 55% dopo tre anni (IAB, 2024). In Svezia il 68% dopo cinque anni. In Italia, senza un progetto di uscita, si spende di più, si integra di meno e si alimenta il risentimento di chi vede soldi pubblici spesi senza risultati visibili.

Il decreto avvocati-rimpatri: un incentivo distorto

Il rimpatrio volontario assistito (RVA) è uno strumento utile: lo straniero che non riesce a regolarizzare la propria posizione può tornare a casa a spese dello Stato, evitando l'espulsione forzata e il divieto di reingresso decennale. Nessuno scandalo fin qui.

Il problema nasce con l'art. 30-bis del decreto legge 23/2026, che introduce un compenso di 615 euro all'avvocato che assiste lo straniero nel percorso di RVA — ma solo ad esito della partenza. Come ha scritto Claudio Cerasa sul Foglio: "Pagare un avvocato per spingere un migrante al rimpatrio è una distorsione molto grave dello stato di diritto: si compra l'indirizzo della difesa. Non è sicurezza, è un colpo alle garanzie."

C'è chi sostiene che la norma corregga una distorsione preesistente: oggi il gratuito patrocinio paga l'avvocato solo se il cliente impugna l'espulsione in giudizio, non se sceglie il RVA. In questa lettura, la norma aggiunge un caso di remunerazione invece di sottrarne uno. È un argomento valido — ma non risolve il problema centrale: un avvocato pagato solo se il cliente parte ha un incentivo a spingere verso quella scelta anche quando il cliente potrebbe avere un ricorso valido. Non si compra la consulenza, si compra l'esito.

La proposta: immigrazione come politica industriale

L'immigrazione non è un problema di ordine pubblico. È una politica industriale. Va gestita con la stessa logica con cui si gestisce il fabbisogno energetico o la politica fiscale: con dati, obiettivi, strumenti. Ecco cosa servirebbe.

Primo: ampliare le quote di immigrazione legale in base al fabbisogno reale. Unioncamere parla di 640.000 lavoratori stranieri necessari nel quinquennio 2024-2028. Le quote annuali autorizzate sono una frazione di questo fabbisogno. Chi vuole venire a lavorare legalmente non può, e finisce per venire illegalmente.

Secondo: formare prima di far arrivare. Il modello più avanzato in questo senso è quello di Michelangelo Agrusti, presidente di Confindustria Alto Adriatico, che nel 2024 ha inaugurato ad Accra, in Ghana, un'Academy di formazione tecnica e professionale in collaborazione con le scuole salesiane. L'obiettivo è formare lavoratori qualificati direttamente nei paesi di origine, con contratti di lavoro già firmati prima della partenza. Il governo italiano sta estendendo il modello degli ITS (Istituti Tecnici Superiori) in Africa — Egitto, Kenya, Ghana — con accordi di cooperazione che prevedono percorsi formativi riconosciuti in Italia. È la strada giusta: si va a prendere chi è già formato, o si forma dove vive.

Terzo: corridoi agevolati per laureati e diplomati. L'Italia perde ogni anno migliaia di giovani laureati che emigrano. E nello stesso tempo non riesce ad attrarre i talenti stranieri che potrebbero compensare questa perdita. Serve un sistema di visti preferenziali per chi ha titoli di studio riconosciuti, sul modello della Blue Card europea.

Quarto: trasformare i CPR in scuole professionali. Chi è già sul territorio italiano in condizione irregolare ha due opzioni: o si forma e diventa utile al sistema produttivo, ottenendo un permesso di soggiorno; o viene rimpatriato. Non una terza via — non l'illegalità tollerata che oggi alimenta la criminalità e il lavoro nero. Questa non è crudeltà. È chiarezza.

Quinto: formazione linguistica e integrazione come condizione, non come optional. L'integrazione non avviene per osmosi. Corsi di italiano obbligatori, educazione civica, mediatori culturali nelle scuole. Chi non si integra non contribuisce. Chi non contribuisce diventa un costo.

La politica dei voti facili

Di fronte a questa realtà, la politica italiana ha scelto la strada più comoda: la polarizzazione. Da un lato, chi usa l'immigrazione come strumento di consenso identitario, alimentando la paura e ignorando i dati economici. Dall'altro, chi va nelle assemblee dei licei — maglia di Amnesty International, candele simbolo di solidarietà da lasciare in ogni classe — a spiegare ai diciassettenni che il problema non è come si gestiscono i flussi, ma come si combatte il razzismo. È un approccio nobile nei valori e irresponsabile nei contenuti: formare una generazione all'indignazione morale senza darle gli strumenti per ragionare sui numeri non è educazione civica, è propaganda emotiva.

Quella fila davanti al circolo del PD di Jesi è l'emblema di questo approccio: gestire pratiche di regolarizzazione in un circolo di partito mescola assistenzialismo e ideologia in un ambito che richiederebbe competenza tecnica e neutralità istituzionale. I partiti cercano voti. Lo fanno in modo sbagliato, su entrambi i fronti. E come sempre, quando la politica adotta logiche sbagliate, finisce per fare danni: innesca odio razziale, va contro quegli stessi che vuole favorire, e lascia irrisolti i problemi strutturali.

Regolare i flussi e respingere gli irregolari. È l'unica strada

L'immigrazione buona — quella regolare, formata, inserita nel tessuto produttivo — ci aiuterà a risolvere problemi enormi: il calo demografico, la sostenibilità del sistema pensionistico, il fabbisogno di manodopera delle imprese. Va ampliata, governata, incentivata.

L'immigrazione cattiva — quella irregolare, non integrata, che alimenta la criminalità e il lavoro nero — ci crea problemi enormi. Va contrastata con strumenti efficaci: rimpatri veri (non il 10% dei trattenuti nei CPR), accordi bilaterali con i paesi di origine, controllo delle frontiere.

La distinzione non è razzista. È razionale. Non è di destra o di sinistra. È di buon senso.

L'Italia ha bisogno di immigrazione. Ma ha bisogno di quella giusta, nel momento giusto, con le competenze giuste. Come ogni risorsa scarsa e preziosa, va gestita con intelligenza. Non con la paura né con la propaganda, ma con la testa.