Il 9 maggio 2023, il consiglio di amministrazione di Leonardo SpA nomina Roberto Cingolani amministratore delegato e direttore generale. Cingolani è fisico di fama internazionale, ex direttore scientifico dell'Istituto Italiano di Tecnologia, già ministro della Transizione Ecologica nel governo Draghi. Non è un uomo di partito. Non ha mai militato in Fratelli d'Italia. È stato scelto per quello che sa fare.
Tre anni dopo, il 10 aprile 2026, il governo Meloni decide di non rinnovargli il mandato. Al suo posto arriva Lorenzo Mariani, ingegnere elettronico cresciuto nella galassia Finmeccanica-Leonardo, condirettore generale sotto Cingolani stesso, poi transitato in MBDA Italia. Un profilo interno, conosciuto, affidabile. Fedele, nel senso più industriale e politico del termine.
Fin qui, normale amministrazione. Tranne per un dettaglio: i numeri.
I numeri di tre anni di gestione Cingolani
Il 12 marzo 2026 — meno di un mese prima della sua defenestrazione — Leonardo ha presentato i risultati dell'esercizio 2025. Sono i migliori della storia dell'azienda.

Il titolo in borsa racconta la stessa storia con ancora più brutalità. Quando Cingolani è arrivato, Leonardo quotava intorno ai 14-15 euro. Il 12 marzo 2026, giorno della presentazione del piano industriale 2026-2030, ha toccato il massimo storico di 66,26 euro. Il Wall Street Journal ha scritto senza giri di parole che «il prezzo dell'azione è più che quadruplicato sotto Cingolani». La capitalizzazione di mercato è passata da circa 9 miliardi di dollari nel 2023 a oltre 37 miliardi nel 2026: più di 28 miliardi di valore creato in tre anni.
Le scelte strategiche hanno accompagnato i numeri. Sotto la sua guida Leonardo ha acquisito GEM Elettronica (sensori navali, marzo 2026), il business difesa di Iveco (marzo 2026), Becrypt nel settore cybersecurity britannico.
Un inciso: GEM Elettronica è di San Benedetto del Tronto, produce radar e sensori navali, ed è esattamente l'esempio di azienda marchigiana che fa scala entrando in un grande gruppo — e ora vende in tutto il mondo.
Sotto la guida di Cingolani Leonardo ha anche presentato un piano industriale quinquennale che punta a ricavi di 21 miliardi nel 2026 e ha consolidato la posizione italiana nel programma GCAP, il caccia di sesta generazione sviluppato con Regno Unito e Giappone — il programma più rilevante per la difesa europea del prossimo decennio.
La reazione del mercato alla notizia della sua uscita ha avuto il merito della chiarezza: il titolo ha perso l'8% in un solo giorno il 7 aprile, quando sono filtrate le prime indiscrezioni, e ha continuato a scendere nei giorni successivi. Gli investitori non stavano valutando la politica. Stavano valutando la gestione.
La fedeltà come criterio
In un articolo precedente ho scritto che i partiti personali sono, per definizione, incompatibili con la meritocrazia. Un leader che ha costruito il partito attorno a sé non può tollerare al suo interno figure che potrebbero oscurarlo o sfidarlo. La competenza, in un partito personale, è una minaccia. La fedeltà è una garanzia.
Il caso Cingolani è la stessa logica applicata alle partecipate di Stato. Lo Stato italiano detiene circa il 30% di Leonardo tramite il Ministero dell'Economia. È il principale azionista. E come tale, ha il diritto — e il dovere — di scegliere il management. Nessuno lo contesta.
Il problema non è il diritto. È il criterio.
Cingolani non è stato rimosso perché i risultati erano insufficienti — i dati mostrano il contrario. Non è stato rimosso perché aveva sbagliato le scelte strategiche — il mercato ha risposto con una perdita di capitalizzazione che vale miliardi. È stato rimosso perché aveva posizioni pubbliche sull'energia e sull'ambiente distanti da quelle della maggioranza, perché — come ha riportato StartMag — «non è un uomo di Meloni». Paradossalmente, era stato proprio il governo Meloni a nominarlo AD nel 2023: evidentemente la fedeltà richiesta è di tipo diverso da quella che si può costruire in tre anni di risultati eccellenti.
Lorenzo Mariani è un professionista competente, con trent'anni di carriera nel settore. Non è in discussione la sua preparazione. È in discussione il criterio con cui è stato scelto: non perché fosse il migliore candidato disponibile sul mercato globale della difesa, ma perché era il candidato più vicino alla sensibilità politica del governo. La differenza non è sottile.
Il Ministero dell'Istruzione e del Merito
Nel settembre 2022, il governo Meloni ha rinominato il Ministero dell'Istruzione aggiungendovi la parola «Merito». Il Ministero dell'Istruzione e del Merito. Una scelta simbolica, un segnale di discontinuità culturale rispetto all'egualitarismo della sinistra, un'affermazione di principio: in Italia, d'ora in poi, si avanza per quello che si vale, non per chi si conosce.
È un principio condivisibile. Sarebbe ancora più condivisibile se venisse applicato anche alle nomine nelle aziende di Stato.
Roberto Cingolani ha quadruplicato il valore di borsa di Leonardo, raddoppiato il free cash flow, portato il portafoglio ordini a livelli record, presentato un piano industriale che il mercato ha premiato con il massimo storico del titolo. Il governo lo ha ringraziato e gli ha detto che il suo mandato non sarà rinnovato.
Forse, prima di insegnare il merito agli studenti, varrebbe la pena praticarlo nelle stanze dove si decide chi guida le aziende che appartengono a tutti gli italiani. Un po' più di istruzione e un po' più di merito, appunto — a partire da chi quel ministero lo ha voluto.
