Avevo quindici anni, secondo liceo. Arrivò il nuovo professore di religione: Don Attilio Pastori. Non sapevo ancora che sarebbe diventato una presenza fissa nella vita della mia famiglia — che mi avrebbe sposato, battezzato i miei figli e i miei nipoti, accompagnato in decine di momenti che contano. Allora era semplicemente il nuovo prof.

La sua prima lezione cominciò con una richiesta insolita. Non ci chiese di credere. Ci chiese di smettere di essere pigri. Di toglierci di dosso quella distrazione comoda con cui molti di noi trattavano la questione della fede — né sì né no, né dentro né fuori, spettatori assenti di un mistero che riguardava altri. Poi ci consigliò un libro: Ipotesi su Gesù, di Vittorio Messori.

Vittorio Messori è morto il 4 aprile 2026, a 84 anni, nella sua casa di Desenzano sul Garda. Era il giornalista e scrittore cattolico più letto al mondo — quel libro è stato tradotto in quaranta lingue — e la sua scomparsa, in questi giorni di Pasqua, mi ha riportato a quella mattina di secondo liceo e a quella lezione che, in un modo o nell'altro, non ho mai smesso di fare.

Messori non chiedeva di credere. Chiedeva qualcosa di più difficile: di non fare finta che la questione non esista. La sua tesi di fondo era semplice e radicale. Gesù di Nazareth è la figura più influente della storia umana. Ha diviso il calendario. Ha ispirato la più grande produzione artistica, letteraria e musicale che l'Occidente conosca. Ha fondato — nel bene e nel male — la civiltà in cui viviamo. Ignorarlo, trattarlo come un dettaglio folkloristico, è una forma di pigrizia intellettuale che non ci possiamo permettere.

Si può concludere che non sia risorto. Si può concludere che fosse un profeta, un rivoluzionario, un folle, un impostore. Ma si deve concludere qualcosa — dopo aver guardato le prove, dopo aver letto i testi, dopo essersi fatti la domanda. L'ateismo che nasce dalla riflessione è una posizione rispettabile. L'indifferenza che nasce dalla distrazione è un'altra cosa.

Benedetto Croce lo aveva capito, a modo suo, già nel 1942. In un saggio rimasto celebre — Perché non possiamo non dirci cristiani — scrisse che il Cristianesimo è stato «la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta». Croce non era credente nel senso confessionale del termine. Era un filosofo laico che riconosceva un dato storico e culturale incontrovertibile: siamo figli di quella rivoluzione, che lo vogliamo o no. La nostra idea di persona, di dignità, di uguaglianza davanti alla legge — tutto questo ha radici cristiane. Non si può recidere quella radice senza capire prima cosa si sta tagliando.

Natalia Ginzburg lo disse in modo ancora più diretto, e da una posizione ancora più lontana: ebrea, atea, deputata del PCI. Nel 1988 scrisse su L'Unità un articolo che ancora oggi vale la pena rileggere. Diceva che il crocifisso non andava tolto dalle aule scolastiche. Non perché lo Stato debba imporre una fede. Ma perché quella croce «rappresenta tutti» — credenti e non credenti, cristiani ed ebrei, religiosi e laici. È il simbolo di un dolore che appartiene alla storia del mondo, non a una confessione. «Gesù ha portato la croce», scriveva la Ginzburg. «A tutti noi è accaduto o accadrà di portarne una.»

In questi giorni di Pasqua, mentre si discute di tutto tranne che di questo, il lascito di Messori — e l'insegnamento di Don Attilio, che di quel libro fu per me il primo tramite — è un invito semplice: non fare lo spettatore assente al mistero più grande che la storia ci abbia consegnato. Non occorre credere. Occorre almeno guardare.

Buona Pasqua.