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Politica Locale11 marzo 20266 min di lettura

Università nelle Marche: il coraggio di fare sistema

PB
Pierluigi Bocchini
Università nelle Marche: il coraggio di fare sistema

Accade che un rettore relativamente giovane osi fare una proposta quasi rivoluzionaria per le Marche dei cento borghi e delle mille divisioni: mettere insieme le università della regione.

Apriti cielo.

Le reazioni degli altri rettori sono state quasi isteriche, tra sdegno e difesa d'ufficio dello status quo. Come se qualcuno avesse osato mettere in discussione non tanto l'eccellenza accademica, quanto i piccoli feudi locali e qualche poltrona da custodire gelosamente.

Eppure la proposta è di un banale buon senso: in una regione con 45 mila studenti e quattro università — l'Università Politecnica delle Marche, l'Università di Macerata, l'Università di Urbino Carlo Bo e l'Università di Camerino — unire le forze significherebbe finalmente avere una massa critica capace di trattenere i nostri studenti e magari attrarne da fuori.

Le Marche perdono ogni anno una quota significativa dei propri diplomati migliori verso atenei di altre regioni. Non perché manchino le competenze o la qualità della didattica, ma perché quattro università piccole e frammentate non riescono a competere, per visibilità e risorse, con i grandi poli universitari del Nord o del Centro Italia.

Ma nelle Marche l'idea di fare sistema continua a sembrare un sacrilegio. Meglio restare piccoli, divisi e irrilevanti, purché ognuno resti padrone del proprio orticello. È una sindrome antica, radicata nel DNA di una regione che ha costruito la propria identità sul particolarismo, sulla diffidenza verso il vicino, sulla convinzione che il campanile di casa propria suoni sempre più melodioso di quello del paese accanto.

Fa bene, dunque, chi — come ha fatto Giancarlo Laurenzi sul Corriere Adriatico — dice le cose come stanno, senza diplomatici giri di parole. Perché se ogni tentativo di collaborazione viene trattato come un'eresia, allora è evidente che il problema non è la proposta.

Il problema è chi difende l'irrilevanza come se fosse un patrimonio da tramandare.

Le Marche hanno bisogno di coraggio istituzionale. Non del coraggio di chi grida nei convegni o firma appelli, ma di quello più raro e più difficile: il coraggio di rinunciare a qualcosa di proprio per costruire qualcosa di comune. Un'università regionale forte, riconoscibile, capace di attrarre studenti e ricercatori, sarebbe un investimento sul futuro dell'intera regione.

Oppure possiamo continuare così. Quattro atenei, quattro rettorati, quattro bilanci separati, quattro strategie di comunicazione che si ignorano a vicenda. E intanto i nostri ragazzi migliori prendono il treno verso Bologna, Milano, Roma.

La scelta, come sempre, è nostra.

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