L'incipit
Il 31 marzo 2026, a Sarajevo, l'Italia perde ai rigori contro la Bosnia ed è fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva. Prima Russia 2018, poi Qatar 2022, ora USA-Canada-Messico 2026. Tre edizioni, dodici anni, zero qualificazioni.
Ieri sera, al termine della partita, Gabriele Gravina — presidente della FIGC dal 2018 — ha tenuto una conferenza stampa. Non si è dimesso. Ha confermato Gattuso. Ha parlato di "crescita incredibile" dei ragazzi. E poi, rispondendo a chi gli chiedeva perché il calcio italiano fosse l'unico sport in crisi in un paese che vince ovunque, ha detto una cosa che vale più di qualsiasi risultato: il calcio è uno sport professionistico, mentre gli altri sono dilettantistici. Come se Jannik Sinner fosse un dilettante. Come se la Federazione Tennis, che nel 2025 ha superato per la prima volta i ricavi della FIGC, fosse un'associazione di appassionati della domenica.
Non scrivo di calcio. Non mi permetto, da non tecnico, di dire cosa vada fatto per rilanciare la Nazionale. Scrivo di management. E quello che Gravina ha detto ieri sera è, dal punto di vista manageriale, una dichiarazione di fallimento — non del risultato, ma della capacità di fare execution.
Il problema non è il risultato
I manager vengono valutati sui risultati, certo. Ma i risultati sono una conseguenza. Una conseguenza della capacità di costruire le condizioni affinché i risultati possano arrivare — quella che in gergo si chiama execution: fare in modo che le cose accadano.
Gravina, ieri sera, ha detto esattamente questo: non sono riuscito a fare in modo che le cose accadessero. Ha detto che la politica non lo ascolta. Ha detto che i club non lo ascoltano. Ha detto che la Federazione ha un'autonomia limitata, che non ha spazi di manovra, che la sua reiterata richiesta di ridurre le squadre in Serie A — per dare più spazio ai giovani italiani e alla Nazionale — non ha trovato ascolto.
Questa dichiarazione, in un contesto aziendale, si chiama in un solo modo: lettera di dimissioni.
Quando un manager non riesce a mettere in atto le azioni del suo piano industriale — non per un trimestre, non per un anno, ma per otto anni — non aspetta che i risultati non arrivino. Va dall'azionista, mette sul tavolo la situazione, e rassegna le dimissioni. Non perché sia un codardo. Perché è un professionista che riconosce i propri limiti e rispetta il ruolo che ricopre.
Gravina è in carica dal 2018. Ha avuto otto anni. Tre Mondiali. E ieri sera ha spiegato, con parole sue, perché non è riuscito a cambiare nulla. Il problema non è che non abbia avuto idee — il problema è che non ha avuto la capacità, o il peso, di farle diventare realtà.
La distinzione che non regge
La difesa di Gravina si basa su una distinzione: il calcio è professionistico, gli altri sport sono dilettantistici. È una distinzione che contiene un elemento di verità — e viene usata in modo strumentale.
Angelo Binaghi guida la Federazione Tennis dal 2001. Ha trasformato un movimento marginale in una potenza mondiale, ha fatto riforme strutturali che non erano ovvie né facili, ha costruito un sistema che produce non solo Sinner ma una generazione di tennisti forti dietro di lui. Nel 2025 la FITP ha superato i 250 milioni di ricavi, superando per la prima volta la FIGC — pur ricevendo meno della metà dei fondi pubblici che riceve il calcio. La distinzione tra professionismo e dilettantismo non spiega il divario. Lo spiega la qualità del management.
Come funziona altrove
Quando un sistema calcistico entra in crisi, ci sono due risposte possibili. La prima è quella di Gravina: spiegare perché non si può fare nulla. La seconda è quella che hanno scelto Germania, Spagna e Francia.
Dopo l'eliminazione al primo turno di Euro 2000, la DFB tedesca non aspettò i risultati: avviò una riforma strutturale immediata con 121 centri di formazione regionali e l'obbligo per ogni club di avere un settore giovanile certificato. Klinsmann, nominato CT nel 2004, fu pagato non per i risultati ma per costruire un sistema. Nel 2014, quattordici anni dopo Euro 2000, la Germania vinse il Mondiale. La Spagna costruì un'identità di gioco condivisa tra club e Nazionale che produsse tre titoli consecutivi tra il 2008 e il 2012. La Francia aprì il centro tecnico di Clairefontaine nel 1988 — dieci anni prima di vincere il Mondiale del 1998, quando nessuno sapeva ancora che Zidane sarebbe diventato Zidane.
In tutti e tre i casi, i manager che avviarono le riforme non erano lì a raccogliere i risultati. Erano lì per costruire le condizioni. Questa è la differenza tra un manager e un custode.
Quando l'azionista deve intervenire
Se un manager non si dimette quando dovrebbe, tocca all'azionista farlo dimettere.
Nel calcio italiano, l'azionista è il CONI. E il CONI ha già commissariato la FIGC in passato. Nel 2018, dopo la mancata qualificazione a Russia 2018, Carlo Tavecchio si dimise — a differenza di Gravina, lo fece — e il CONI nominò un commissario straordinario. Il precedente più significativo è però quello del 2006: dopo lo scandalo Calciopoli, il CONI nominò Guido Rossi commissario, che gestì la crisi e aprì la strada all'elezione di Giancarlo Abete. Abete non fu un rivoluzionario, ma fu un costruttore: investì su Coverciano come centro di eccellenza tecnica, rafforzò il settore giovanile, portò la Nazionale all'Europeo 2012 in finale. Quando si dimise nel 2014, dopo l'eliminazione al primo turno del Mondiale in Brasile, lo fece senza aspettare che qualcuno glielo chiedesse. Quella è la differenza tra un presidente e un occupante.
Oggi il ministro dello Sport Abodi ha detto che il calcio italiano va rifondato. Ha parlato di commissariamento come di un'opzione sul tavolo. La scelta più semplice — e più dignitosa — sarebbe un'altra.
Quello che Gravina avrebbe dovuto scrivere
Gravina ha detto, ieri sera, che la Federazione non ha spazi di manovra. Che la politica non aiuta. Che i club non ascoltano. Che il sistema è troppo complesso per essere riformato dall'interno.
Queste sono tutte cose che un manager può dire. Ma c'è un solo posto dove dirle: nella lettera di dimissioni.
"Ho fatto quello che potevo. Non è stato sufficiente. Il sistema ha bisogno di qualcuno con più peso, più credibilità, più capacità di fare leva sui club e sulla politica. Mi dimetto."
Questa lettera non sarebbe stata una sconfitta. Sarebbe stata un atto di responsabilità professionale.
Dopo dodici anni senza Mondiale, non puoi presentarti in conferenza stampa e dire: non mi fanno fare le cose. Questa dichiarazione l'avresti dovuta scrivere sulla lettera di dimissioni già inviata al tuo Consiglio Federale e al presidente del CONI, tuo azionista.
E se un manager non lo fa, deve intervenire l'azionista.
Una nota finale
Non ho interesse nel calcio come sistema di potere. Non tifo per nessun candidato alla presidenza della FIGC. Non ho un nome da proporre.
Ho interesse nel principio: che chi ricopre una posizione di responsabilità risponda dei propri risultati — o della propria incapacità di produrli. Che le istituzioni sportive, come quelle industriali, siano guidate da persone che pesano per il loro peso.
Il calcio italiano non è in crisi perché i ragazzi non sanno giocare. È in crisi perché il sistema che dovrebbe produrli, selezionarli e valorizzarli non funziona. E il sistema non funziona perché chi lo guida non ha né il peso né la capacità di cambiarlo.
Questo vale per il calcio. Vale anche per molto altro.
