Partiamo dai dati, perché i dati non mentono anche quando fanno male.
In Italia nel 2025, il 16,4% delle imprese con almeno 10 dipendenti utilizza tecnologie di intelligenza artificiale — una quota raddoppiata in un anno, ma ancora sotto la media europea del 20%, e lontanissima dalla Danimarca (42%) e dalla Germania (26%). Il Ministero del Lavoro certifica che l'80,2% delle aziende italiane fatica a trovare matematici, statistici e analisti dei dati. Gli ingegneri dell'informazione mancano nel 74,3% dei casi. Gli analisti e progettisti di software nel 69%. Nel 2024, 155.000 italiani under 40 hanno lasciato il Paese — il dato più alto mai registrato. Un laureato magistrale che va all'estero guadagna, a un anno dalla laurea, 2.200 euro netti al mese. In Italia, 1.488.
Questi non sono numeri astratti. Sono il ritratto di un Paese — e di una regione — che produce talento e lo regala al mondo.
Le Marche, in questo quadro, hanno una particolarità: sono già sedute sopra a una serie di eccellenze che pochi conoscono e quasi nessuno valorizza sistematicamente. Namirial, nata a Senigallia nel 2000, è oggi un gruppo da 260 milioni di euro di fatturato, presente in 25 Paesi, leader europeo nei servizi fiduciari digitali — firma elettronica, PEC, identità digitale. TeamSystem, con sede a Pesaro, ha chiuso il 2024 con un miliardo di euro di ricavi, in crescita del 19% anno su anno: è uno dei principali player italiani nel software gestionale per PMI e professionisti. Civitanavi Systems, nata a Pedaso in provincia di Fermo, produceva sistemi di navigazione e stabilizzazione inerziale per applicazioni aerospaziali e di difesa con una tale qualità tecnologica che Honeywell — colosso americano da 36 miliardi di dollari di fatturato — l'ha acquisita nel 2024.
Ma il quadro è ancora più ricco. Loccioni, ad Angeli di Rosora in provincia di Ancona, è una "sartoria tecnologica" da 130 milioni di euro di fatturato e 450 collaboratori (età media 32 anni, il 50% laureati): progetta sistemi di misura e controllo per i più grandi gruppi industriali del mondo, da Ferrari a Volkswagen, da Bosch a Airbus. Ranocchi, con sede a Pesaro e parte del Gruppo Zucchetti, è uno dei principali sviluppatori italiani di software gestionale per professionisti e imprese — una realtà che ha saputo crescere restando radicata nel territorio. Diatech Pharmacogenetics, fondata a Jesi nel 1996, produce kit diagnostici per la medicina di precisione e la diagnosi non invasiva dei tumori: con 39 milioni di euro di fatturato nel 2024 (+15% sull'anno precedente) e partnership internazionali negli Stati Uniti, è una delle eccellenze marchigiane nel settore biotech e life sciences che più raramente finisce sui giornali locali.
Sei aziende marchigiane — digitale, aerospazio, diagnostica molecolare. Sei storie di eccellenza costruita in silenzio, lontano dai riflettori. Sei dimostrazioni che il territorio ha già le fondamenta per un ecosistema industriale e tecnologico di primissimo livello.
Il problema è che queste fondamenta restano isolate. Non c'è un sistema che le connette, non c'è una narrazione che le valorizza, non c'è una politica industriale che le usa come magnete per attrarre altre imprese simili. E soprattutto — ed è qui che voglio arrivare — non c'è un sistema formativo in grado di alimentarle con i talenti di cui hanno bisogno.
L'università che non c'è
Le Marche hanno quattro atenei: l'Università Politecnica delle Marche ad Ancona, l'Università di Camerino, l'Università di Macerata, l'Università di Urbino. Quattro istituzioni con storie, vocazioni e identità diverse. Quattro rettori che, quando qualcuno propone di ragionare su una forma di integrazione o federazione, reagiscono con la stizza di chi si vede sottrarre il campanile.
Il dibattito è esploso in questi giorni, e va dato merito al Corriere Adriatico di averlo portato all'attenzione pubblica con la determinazione che merita. Il direttore Giancarlo Laurenzi ha aperto il confronto con un editoriale netto, senza diplomazie: quelle università difendono solo le poltrone. La giornalista Martina Marinangeli ha poi approfondito il tema con rigore, documentando i modelli internazionali dove la fusione o la federazione ha funzionato — da Helsinki alla Francia. Un giornalismo di territorio che fa il suo mestiere: mettere i cittadini di fronte alle domande che la politica preferisce non fare.
Il rettore di Ancona ha avanzato una proposta di federazione. Gli altri tre hanno risposto con un comunicato congiunto: nessuna fusione, al massimo “sinergie”. Una risposta che sa di difesa corporativa più che di visione strategica.
Eppure i numeri parlano chiaro. Le quattro università marchigiane, sommate, contano circa 45.000 studenti. L'Università di Bologna ne ha 90.000. Il Politecnico di Milano 50.000 da solo, con un budget per la ricerca che supera i 200 milioni di euro annui. La Bocconi, con 15.000 studenti, attira ogni anno oltre 100 visiting professor internazionali e ha partnership con 250 università nel mondo.
Il modello a cui guardare non è necessariamente la fusione totale — che ha senso solo se accompagnata da una visione chiara e da risorse adeguate. Il modello è quello della federazione specializzata: ogni ateneo mantiene la propria identità e la propria vocazione (Ancona per l'ingegneria e la medicina, Camerino per le scienze naturali e il diritto, Macerata per le discipline umanistiche e giuridiche, Urbino per le arti e la comunicazione), ma convergono su un'offerta comune nei settori ad alta domanda di mercato — intelligenza artificiale, cybersecurity, data science, ingegneria del software, transizione energetica.
Il caso Aalto University in Finlandia è illuminante. Nel 2010, tre università di Helsinki — il Politecnico, la School of Economics e la University of Art and Design — si sono fuse in un unico ateneo. Oggi Aalto è tra le prime 100 università al mondo nel QS Ranking, attrae il 29% di professori internazionali, genera 111 milioni di euro di fondi competitivi per la ricerca e ha un volume di collaborazione con le imprese di oltre 100 milioni di euro annui. Il campus di Otaniemi è un ecosistema vivo: residenze universitarie, centri sportivi, spazi di coworking, laboratori condivisi con le aziende. Non è un caso che la Finlandia abbia uno dei tassi di adozione dell'IA più alti d'Europa.
Una "Università delle Marche" — o una sua federazione funzionale — potrebbe permettersi quello che oggi nessuno dei quattro atenei può fare da solo: visiting professor di livello internazionale nei settori STEM innovativi, partnership strutturate con grandi istituzioni come il MIT, l'ETH di Zurigo, il Politecnico di Milano; laboratori di ricerca applicata finanziati dalle imprese locali (Namirial, TeamSystem e simili avrebbero tutto l'interesse a co-finanziare centri di ricerca in cybersecurity e AI); borse di studio per attrarre studenti da fuori regione e dall'estero; alloggi universitari a costi accessibili, che oggi sono uno dei principali deterrenti per i fuori sede.
La business school che manca
C'è nelle Marche un'istituzione che potrebbe svolgere un ruolo fondamentale nella formazione manageriale e nell'aggiornamento delle competenze delle imprese. Un'istituzione con una storia, una sede, una reputazione locale. Ma che negli ultimi anni sembra aver scelto di occuparsi prevalentemente di presentazioni di libri, convegni autoreferenziali e corsi di gestione sanitaria.
Non la nomino, perché non è questo il punto. Il punto è che le Marche hanno bisogno di una business school che guardi ai benchmark reali: SDA Bocconi, che nel 2025 si è confermata sesta in Europa nel ranking del Financial Times e prima al mondo per impatto ambientale del proprio MBA; Luiss Business School, che ha costruito un'offerta executive education tra le più complete d'Italia; ESADE a Barcellona, quarta in Europa, che ha fatto della connessione tra accademia e impresa il proprio DNA.
Cosa significa concretamente? Significa corsi executive per imprenditori e manager marchigiani su temi come la trasformazione digitale, l'internazionalizzazione, la finanza d'impresa, la gestione dell'innovazione. Significa programmi MBA part-time pensati per chi lavora già. Significa partnership con le università per creare percorsi dual track — metà in aula, metà in azienda. Significa portare speaker e docenti di livello internazionale, non solo volti noti del panorama locale.
Una business school seria non è un salotto culturale. È un acceleratore di competenze manageriali, un luogo dove le imprese trovano i manager di cui hanno bisogno e dove i manager trovano gli strumenti per crescere.
Attrarre le imprese giuste
La terza gamba del progetto è quella più complessa, ma anche quella con il maggiore impatto potenziale: costruire un sistema di attrazione degli investimenti per imprese ad alto valore aggiunto.
Il Piemonte, che nel 2024 si è confermato primo in Italia per attrazione di nuovi investimenti esteri secondo il Financial Times, ha costruito nel tempo un'agenzia dedicata — Invest in Piedmont — che fa un lavoro sistematico: mappatura dei settori di eccellenza regionale, identificazione delle imprese target, accompagnamento burocratico e fiscale, connessione con il sistema universitario e della ricerca. Non è magia: è metodo.
L'Emilia-Romagna ha "Invest in Emilia-Romagna", con bandi specifici per attrarre investimenti innovativi. La Puglia ha PugliaPromozione. L'Irlanda — caso europeo di riferimento — ha IDA Ireland, un'agenzia che in cinquant'anni ha trasformato un Paese povero e a forte emigrazione in uno dei principali hub europei per le multinazionali tech: Apple, Google, Meta, Pfizer hanno tutte la loro sede europea a Dublino, attratte da una combinazione di fiscalità favorevole, università di qualità, forza lavoro anglofona e qualificata.
Le Marche non hanno nulla di tutto questo. Hanno una Regione che pubblica bandi, qualche sportello camerale e molta buona volontà. Non basta.
Cosa servirebbe? Un'Agenzia per l'Attrazione degli Investimenti delle Marche con un mandato chiaro: identificare i settori in cui la regione ha già eccellenze (digitale, aerospazio, meccatronica, life sciences), costruire un'offerta di insediamento competitiva (aree attrezzate, incentivi fiscali, servizi di accompagnamento), e andare a bussare alle porte delle imprese giuste — non aspettare che vengano da sole.
I punti di debolezza del sistema marchigiano sono noti: infrastrutture di trasporto ancora insufficienti (la Quadrilatero è un cantiere infinito), costo degli affitti commerciali in crescita nelle aree costiere, scarsa connettività nelle aree interne, burocrazia regionale lenta. Ma ci sono anche punti di forza che vengono sistematicamente sottovalutati: qualità della vita tra le più alte d'Italia, costo del lavoro inferiore alle grandi città, un tessuto manifatturiero con competenze tecniche profonde, una posizione geografica centrale nell'Adriatico che potrebbe diventare un vantaggio logistico.
Il filo che tiene tutto insieme
Università integrate, business school di eccellenza, agenzia per gli investimenti: tre strumenti che funzionano solo se connessi da una visione comune.
La visione è semplice da enunciare, difficile da realizzare: fare delle Marche un territorio dove un giovane con competenze digitali trova opportunità comparabili a quelle che trova a Milano, a Londra o a Dublino. Non identiche — il contesto è diverso, la scala è diversa — ma comparabili in termini di qualità del progetto professionale, di retribuzione, di prospettive di crescita.
Oggi quella visione non esiste. Esistono quattro rettori che difendono il proprio ateneo, una business school che ha smesso di fare business education sul serio, e una Regione che non ha ancora capito che attrarre imprese ad alto valore aggiunto non è un optional ma una necessità esistenziale.
Nel frattempo, i giovani marchigiani con talento e ambizione continuano a fare le valigie. Non perché le Marche facciano schifo — come qualcuno ha detto con una superficialità che fa male. Ma perché il progetto non c'è.
Costruirlo è possibile. Richiede coraggio politico, risorse adeguate e la capacità di mettere da parte i campanili. Tre cose che, nelle Marche, non sono mai state abbondanti. Ma che, questa volta, non possiamo permetterci di non trovare.
