«C'era un ragazzo nella nostra classe al liceo classico. Non il più brillante, diciamo così con la delicatezza che si deve ai ricordi. Alla gita di terza, si ubriacò in modo tale da costringere l'intera comitiva a una serie di contrattempi che ancora oggi, a distanza di decenni, qualcuno ricorda con un misto di ilarità e fastidio. Nelle due sezioni del nostro liceo, fu l'unico a intraprendere la carriera politica.»
Questa storia me la raccontava mio padre. La raccontava con quella voce piana che usava quando voleva dire qualcosa di importante senza alzare i toni — la voce di chi ha visto le cose accadere davvero, non le ha lette sui libri. Lui quella classe l'aveva vissuta dall'interno: si era laureato in ingegneria al Politecnico di Torino a ventitré anni, in un'epoca in cui farlo in corso era già un'impresa, farlo con quella velocità era una distinzione. Dalla sua classe e da quelle degli anni vicini uscirono latinisti di fama internazionale, manager che avrebbero guidato grandi aziende, professionisti affermati in ogni campo. Uomini che avevano scelto di costruire qualcosa con le proprie mani — o con la propria testa.
E poi c'era lui. Il ragazzo della gita.
Non so se quella storia sia una coincidenza statisticamente significativa. So che, ogni volta che guardo il Parlamento italiano, mi torna in mente — e con essa la voce di mio padre.
La palestra che non c'è più
Per capire dove siamo arrivati, bisogna capire da dove siamo partiti. E da dove siamo partiti era, per quanto possa sembrare paradossale dirlo oggi, un sistema che funzionava.
I partiti della Prima Repubblica erano macchine imperfette, spesso corrotte, talvolta criminali. Ma erano anche — e questo è il punto che si tende a dimenticare con la stessa velocità con cui si ricordano i loro vizi — scuole di formazione politica. Istituzioni che selezionavano, educavano e graduavano la propria classe dirigente attraverso anni, a volte decenni, di militanza, studio e gavetta.
Il Partito Comunista Italiano aveva la Scuola delle Frattocchie, fondata nell'ottobre del 1944 in una villa sulla via Appia, a Marino, nei Castelli Romani. Ufficialmente denominata "Istituto di studi comunisti Palmiro Togliatti", era una struttura piramidale di formazione che copriva tutti i livelli del partito: dai quadri di sezione ai dirigenti federali e nazionali. Le materie insegnate comprendevano storia d'Italia, economia politica, materialismo dialettico, storia del movimento operaio internazionale. Tra i suoi direttori figurò Enrico Berlinguer. La scuola cessò le attività nel 1993 — lo stesso anno in cui crollava tutto il resto.
La Democrazia Cristiana aveva un sistema altrettanto articolato, sebbene più distribuito sul territorio: le ACLI (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani), la FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani), i Comitati Civici, le scuole di formazione diocesane. Un reticolo capillare che intercettava i giovani nelle parrocchie, nelle università, nelle fabbriche, li formava alla dottrina sociale della Chiesa e alla pratica politica, e li immetteva nel partito con un bagaglio culturale e relazionale già consolidato. Da quella palestra uscirono De Gasperi, Moro, Andreotti, Fanfani, Mattarella.
Il PSI aveva i circoli, i convegni, le scuole di partito. Il MSI aveva la sua rete di formazione. Persino i partiti minori — il PRI, il PSDI, il PLI — avevano strutture di selezione e formazione che garantivano un minimo di qualità ai propri quadri.
Tutto questo non era solo ideologia. Era trasmissione di competenza: l'arte del compromesso, la conoscenza profonda del Paese e dei suoi umori, il rispetto per le istituzioni e per gli avversari, la capacità di trovare gli accordi necessari a far passare le leggi. La politica non è solo scrivere norme: è convincere, mediare, costruire coalizioni, leggere i rapporti di forza. Queste cose si imparano. E si imparavano.
Tangentopoli e il bambino gettato con l'acqua sporca
Poi arrivò Tangentopoli. E con essa, comprensibilmente, la furia iconoclasta di un Paese che aveva scoperto di essere stato derubato per decenni. Mani Pulite fu necessaria. Fu giusta. Fu, in molti casi, tardiva. Ma produsse un effetto collaterale che nessuno volle vedere mentre accadeva: con la corruzione, si buttò via anche la competenza.
La classe politica della Prima Repubblica era corrotta, sì. Ma era anche — e questo non è un ossimoro — competente nell'arte della politica. Conosceva le liturgie parlamentari, i meccanismi istituzionali, le geometrie variabili delle alleanze. Sapeva come si costruisce un consenso e come si gestisce un'opposizione. Sapeva, soprattutto, che la politica è una professione seria, che richiede anni di apprendistato e una cultura specifica.
Quella classe politica scomparve nel giro di pochi anni. E non fu sostituita da qualcosa di migliore. Fu sostituita dal vuoto.
Berlusconi e il partito senza scuola
Silvio Berlusconi non ebbe alternative. Quando nel 1994 decise di "scendere in campo" — espressione già rivelatrice di una certa concezione della politica come guerra o come sport — aveva a disposizione pochi mesi per costruire un partito dal nulla. Non poteva fare altro che attingere ai suoi manager, ai suoi collaboratori, ai suoi uomini di fiducia. Forza Italia nacque come un'azienda, non come un partito: con una struttura verticistica, una cultura aziendale, e una fedeltà al capo come criterio di selezione primario.
Va detto che Berlusconi tentò di allargare l'orizzonte. Intorno a Forza Italia gravitarono intellettuali e personalità di genuino spessore liberale: Marcello Pera, filosofo della scienza e poi presidente del Senato; Antonio Martino, economista di scuola monetarista, allievo di Milton Friedman; Giuliano Urbani, politologo; Domenico Fisichella, storico delle dottrine politiche; Renato Brunetta, economista. Nomi che avrebbero potuto costituire il nucleo di una vera scuola di pensiero liberal-conservatrice italiana.
Non fu così. Il Cavaliere, com'è noto, non gradiva oltremodo il contraddittorio interno. La lealtà personale prevalse sulla competenza intellettuale. I liberali veri rimasero figure ornamentali o si allontanarono. La classe dirigente di Forza Italia non si formò mai davvero come corpo autonomo, capace di pensiero proprio e di ricambio generazionale organico. Ancora oggi ne scontiamo le conseguenze: un centrodestra italiano che fatica a produrre pensiero politico originale e che si affida, nei momenti di crisi, alla fedeltà piuttosto che alla competenza.
Il PCI e i suoi eredi: il carrierismo senza il merito
Il Partito Comunista Italiano e le sue successive incarnazioni — PDS, DS, Margherita, PD, con tutte le evoluzioni botaniche che il caso ha richiesto (l'Ulivo, la Quercia, il Garofano, la Margherita: un erbario della sinistra italiana) — ereditarono del vecchio PCI soprattutto il carrierismo di apparato. Che, di per sé, non sarebbe necessariamente un male: se vogliamo politici competenti, dobbiamo accettare che la politica sia una carriera, con le sue gerarchie e i suoi percorsi di avanzamento.
Il problema è che si mantenne il carrierismo senza mantenere il rigore. La Scuola di Frattocchie chiuse nel 1993. Le scuole di partito scomparvero. I meccanismi di selezione per merito — che nel PCI erano reali, per quanto ideologicamente orientati — cedettero il passo ai cerchi magici: reti di fedeltà personale, correnti interne, appartenenze di corrente che decidevano le carriere indipendentemente dalla competenza dei candidati.
Il cerchio magico è il contrario della meritocrazia. Non seleziona i migliori: seleziona i più fedeli, i più malleabili, i più utili al capo-corrente di turno. È un sistema di cooptazione che si autoalimenta: chi è stato selezionato per fedeltà selezionerà a sua volta per fedeltà, perché la competenza altrui è una minaccia, mentre la fedeltà è una garanzia. Il risultato, nel tempo, è un progressivo abbassamento della qualità media della classe dirigente — non per caso, ma per design.
La meritocrazia vera, quella che seleziona sulla base di risultati verificabili e competenze dimostrate, è scomoda per chi governa i partiti. Perché introduce un criterio esterno e oggettivo che sfugge al controllo del capo. È molto più comodo avere intorno a sé persone che devono tutto a te che persone che potrebbero fare a meno di te.
La Lega, il populismo e la diga che cede
La Lega Nord di Bossi introdusse nella politica italiana un elemento che avrebbe poi avuto conseguenze devastanti: il populismo come ideologia. Non il populismo come tattica comunicativa — quello è sempre esistito — ma il populismo come sistema di valori, come visione del mondo in cui la competenza è sospetta, l'esperienza è sinonimo di connivenza con il sistema, e la semplicità è virtù.
"Roma ladrona" era uno slogan. Ma era anche una filosofia. Implicava che il problema non fosse la cattiva politica, ma la politica tout court. Che il rimedio non fosse la buona politica, ma la non-politica. Che il politico di professione fosse per definizione corrotto, e che il cittadino comune — il "popolo" — fosse per definizione onesto e capace.
Da questa premessa, il passo verso il Movimento 5 Stelle fu breve. "Uno vale uno" è il più grande abominio della politica italiana del dopoguerra. Non perché sia falso in senso morale — ogni persona ha pari dignità — ma perché è falso in senso politico: non tutti hanno la stessa competenza, la stessa preparazione, la stessa capacità di governare un Paese complesso come l'Italia. Applicare l'egualitarismo alla selezione della classe dirigente è come applicarlo alla chirurgia: il risultato è che si muore sul tavolo operatorio.
I governi Conte e il livello più basso
I governi Conte 1 e Conte 2 rappresentano, nella storia repubblicana italiana, il punto più basso raggiunto dalla qualità della classe dirigente. Non è un giudizio politico: è una constatazione empirica, documentata da un catalogo di episodi che sarebbe comico se non fosse tragico.
Danilo Toninelli, ministro delle Infrastrutture, parlò in televisione del "tunnel del Brennero" come di un'opera già esistente e ampiamente utilizzata dagli imprenditori. Il tunnel del Brennero, all'epoca, non esisteva né era operativo: era un progetto ferroviario in costruzione. Il ministro delle Infrastrutture non sapeva cosa fosse il Brennero.
Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, si rivolse al governatore della Puglia Michele Emiliano chiedendogli cosa stessero facendo per Matera — città che si trova in Basilicata, non in Puglia. Il ministro degli Esteri non sapeva dove si trovasse Matera.
Lucia Azzolina, ministra dell'Istruzione, acquistò durante la pandemia 2,4 milioni di banchi a rotelle per le scuole italiane, al costo di circa 150 euro cadauno per un totale di oltre 100 milioni di euro. I banchi, inutilizzati o quasi, furono poi rivenduti a 1 euro l'uno. La ministra dell'Istruzione non sapeva come funzionano le scuole.
Questi non sono scivoloni isolati. Sono il sintomo di un sistema di selezione che aveva completamente abdicato al criterio della competenza. E il paradosso è che questi stessi ministri erano ben retribuiti: uno stipendio da ministro in Italia supera i 13.000 euro mensili lordi. Si era realizzata la profezia peggiore: politici incompetenti, pagati bene, selezionati per fedeltà al capo e non per capacità di servire il Paese.
Il problema culturale: la politica come discesa
C'è però un problema più profondo, che precede Tangentopoli e sopravvive ai 5 Stelle. È un problema culturale, radicato nel modo in cui la società italiana percepisce la carriera politica.
In Francia, l'École Nationale d'Administration (ENA, oggi INSP) è la porta d'accesso alla classe dirigente del Paese: forgia alti funzionari, diplomatici, ministri, presidenti della Repubblica. Passarvi è un onore, una distinzione, un segno di eccellenza. In Gran Bretagna, il corso di Philosophy, Politics and Economics (PPE) di Oxford è il vivaio della classe politica: vi si sono formati Harold Wilson, Edward Heath, Tony Blair, David Cameron, Boris Johnson. La politica, in quei Paesi, è una carriera di eccellenza: ci si va perché si è bravi, non nonostante si sia bravi.
In Italia accade il contrario. Chi riesce nella vita — il medico affermato, l'avvocato di grido, l'imprenditore di successo — tende a guardare alla politica come a una perdita di tempo, una fonte di rischi reputazionali, un ambiente degradato in cui non vale la pena immergersi. La politica è percepita come una discesa, non come una salita.
Abbiamo anche noi la nostra eccellenza formativa: la LUISS Guido Carli è quotata a livello internazionale, produce laureati di altissimo livello in economia, giurisprudenza, scienze politiche. Ma quei giovani, dopo la laurea, vanno a fare carriera a Londra, a Bruxelles, a New York. Entrano nella diplomazia internazionale, nelle istituzioni europee, nelle grandi banche d'affari. Non tornano a fare politica in Italia. Non perché non amino il Paese — spesso lo amano profondamente — ma perché la politica italiana non offre loro né il riconoscimento della competenza né la prospettiva di incidere davvero.
Il risultato è una selezione avversa: i migliori se ne vanno, i peggiori restano. E i peggiori, una volta al potere, non hanno alcun incentivo a cambiare le regole del gioco che li ha selezionati.
I partiti personali e la morte delle prospettive
C'è un ultimo regalo di Tangentopoli che raramente viene menzionato: i partiti personali. Berlusconi fu il primo, ma non l'ultimo. Renzi con Italia Viva, Grillo con il M5S, Salvini con la Lega post-bossiana, Meloni con Fratelli d'Italia: tutti partiti in cui il leader è il partito, in cui la fedeltà al capo è il criterio di selezione primario, in cui non esiste una vera scuola di formazione interna.
I partiti personali sono, per definizione, incompatibili con la meritocrazia. Un leader che ha costruito il partito attorno a sé non può tollerare al suo interno figure che potrebbero oscurarlo o sfidarlo. La competenza, in un partito personale, è una minaccia. La fedeltà è una garanzia. E così si chiude il cerchio: i partiti personali tagliano le prospettive di crescita per i giovani capaci, che non trovano spazio se non attraverso la sottomissione al capo, e finiscono per allontanarsi dalla politica o per corrompersi al suo interno.
Una proposta: la politica come professione abilitata
Esiste un rimedio? Forse. È radicale, e proprio per questo difficilmente praticabile nell'immediato. Ma vale la pena dirlo.
In Italia esistono albi professionali per quasi tutto: medici, avvocati, ingegneri, giornalisti, psicologi, farmacisti. Per esercitare queste professioni è necessario superare un esame di abilitazione, dimostrare una formazione adeguata, sottoporsi a formazione continua. La logica è semplice: chi esercita una professione che incide sulla vita degli altri deve dimostrare di essere competente.
Perché non vale lo stesso per la politica? Chi legifera su sanità, infrastrutture, istruzione, politica estera, economia incide sulla vita di sessanta milioni di persone. Eppure non è richiesta alcuna competenza certificata, alcuna formazione specifica, alcuna valutazione psicoattitudinale.
La proposta è questa: rendere la politica una professione abilitata. Non nel senso di un esame nozionistico, che sarebbe facilmente aggirabile. Ma nel senso di un percorso di formazione obbligatorio per chi si candida a cariche pubbliche di rilievo: storia delle istituzioni, diritto costituzionale, economia pubblica, etica della rappresentanza. Un percorso che includa anche una valutazione psicoattitudinale: non per escludere chi ha fragilità umane — che appartengono a tutti — ma per identificare chi ha strutture di personalità incompatibili con l'esercizio responsabile del potere.
L'obiettivo non è creare una casta di tecnocrati. È fare in modo che l'ingresso in politica non venga più vissuto dai migliori della società civile come una discesa in campo — con tutto il senso di sacrificio e abbassamento che quella metafora porta con sé — ma come una salita nella sala dei bottoni: il luogo più alto e più nobile in cui un cittadino possa scegliere di servire il proprio Paese.
Conclusione: il ragazzo della gita
Torno al ragazzo della gita. Non gli voglio male. Probabilmente ha fatto il suo lavoro con la dedizione di cui era capace. Ma il problema non è lui: il problema è il sistema che lo ha selezionato, che ha visto in lui — e non nei migliori della sua classe — il candidato naturale alla vita pubblica.
Quel sistema si chiama, con parole diverse a seconda dei momenti storici: lottizzazione, cerchio magico, uno vale uno. Cambia il nome, resta la sostanza: la selezione per fedeltà invece che per merito, per appartenenza invece che per competenza, per utilità al capo invece che per capacità di servire i cittadini.
Finché non cambieremo quel sistema, continueremo a mandare in Parlamento chi si è ubriacato alla gita. E a chiederci, stupiti, perché il Paese non funziona.
