C'è una parola che questa amministrazione comunale ama ripetere con insistenza quasi liturgica: partecipazione. La si trova in ogni comunicato, in ogni delibera, in ogni dichiarazione del sindaco Fiordelmondo. È diventata il marchio di fabbrica di una giunta che si racconta come portatrice di un nuovo modo di fare politica, più vicino ai cittadini, più aperto, più democratico. Peccato che, quando si scava sotto la superficie, la partecipazione si riveli spesso qualcosa di molto diverso: uno strumento per dare una narrazione accettabile a decisioni già prese a monte, molto prima che qualsiasi cittadino venisse consultato. Lo abbiamo visto con il percorso per la riqualificazione del Viale della Vittoria, dove mesi di tavoli e questionari hanno accompagnato scelte di mobilità già orientate in una direzione precisa. E lo vediamo oggi, in modo ancora più evidente, con la vicenda dell'area dell'ex ospedale civico: il caso più emblematico di questa finta partecipazione, il più costoso e il più carico di implicazioni per il futuro della nostra città.

Vale la pena raccontarlo dall'inizio, con i fatti, perché i fatti — in questa vicenda — sono più eloquenti di qualsiasi analisi.

Tutto parte dal 2005, quando l'ASUR decide che il futuro della sanità jesina è il nuovo ospedale Carlo Urbani. Da quel momento si apre la questione di cosa fare dell'area del vecchio ospedale civico, circa 4 ettari nel cuore della città, tra Corso Matteotti e Viale della Vittoria. Nel 2014-2015, quando l'ospedale viene effettivamente spostato, il piano di rigenerazione elaborato negli anni precedenti è già scaduto. La vecchia giunta, con buon senso istituzionale, avvia tra il 2017 e il 2018 un dialogo con la proprietaria dell'area: l'Azienda Sanitaria Territoriale, che detiene l'88% della superficie. Il Comune ne possiede appena il 12%.

Questo dato — il 12% contro l'88% — è la chiave di lettura di tutta la vicenda. Eppure è un dato che l'attuale amministrazione ha fatto di tutto per tenere sullo sfondo, quasi fosse un dettaglio secondario, quasi non cambiasse nulla rispetto alla narrazione di una città che "scrive insieme la propria pagina di urbanistica". Tra il 2018 e il 2022 il lavoro procede con metodo. L'AST incarica l'architetto Talacchia e un altro professionista locale di redigere un piano di recupero che contemperasse l'interesse pubblico con la legittima esigenza dell'azienda sanitaria di valorizzare un patrimonio su cui aveva investito risorse ingenti per costruire il nuovo ospedale. Il progetto che emerge da anni di interlocuzioni è concreto e articolato: una grande piazza di fruizione pubblica, edifici residenziali, spazi commerciali, e — dettaglio che mi ha colpito molto — una sede per il liceo artistico, il cui preside mi ha confessato di essere "disperato" all'idea di aver perso quella che sembrava finalmente una soluzione alla cronica mancanza di spazi adeguati. C'era anche una palestra con tribune. Un progetto vero, costruito con pazienza, frutto di numerose interlocuzioni con il territorio. Poi, nel 2022, arriva la nuova giunta. E ogni interlocuzione viene interrotta.

Novembre 2023. A Palazzo Pianetti di Jesi si inaugura una mostra dal titolo evocativo: "La bellezza che cura". È dedicata alle opere di Giancarlo Mazzanti, architetto di origine jesina che lavora all'estero con il suo studio colombiano Equipo Mazzanti, noto per interventi di rigenerazione urbana in America Latina. Una bella storia, per carità. Ma quello che colpisce, leggendo la documentazione relativa a quell'evento, è chi era presente alla conferenza stampa di presentazione. Oltre al sindaco Fiordelmondo e all'assessora all'urbanistica Melappioni, partecipano il professor Gianluigi Mondaini — responsabile della sezione architettura del DICEA, il Dipartimento di Ingegneria Civile Edile e Architettonica dell'Università Politecnica delle Marche — e la professoressa Maddalena Ferretti, parte del gruppo di ricerca Habitat dello stesso dipartimento. Due nomi che, di lì a poco, avremmo ritrovato al centro della vicenda del masterplan. Mondaini, è bene precisarlo, non è solo un accademico: ha anche uno studio professionale privato, lo studio MR Mondaini e Roscani Associati, che porta il nome del suo socio, l'architetto Roscani. E Opera Studio, lo studio milanese di Camillo Magni e Lucia Paci, collabora con Equipo Mazzanti dal 2007. Tutti questi nomi, quella sera a Palazzo Pianetti, erano già nella stessa stanza.

Nel 2024 il Comune affida all'Università di Camerino un primo masterplan per la riqualificazione del Viale della Vittoria — ateneo dove, non è un dettaglio trascurabile, il marito dell'assessora Melappioni risulta professore a contratto. La sensibilità istituzionale avrebbe suggerito di evitare questa sovrapposizione. Ma il punto è un altro: da questo mandato viene esplicitamente esclusa l'area dell'ex ospedale. Nell'agosto del 2025, con la delibera di giunta n. 259 del 5 agosto, arriva un secondo masterplan — questa volta dedicato alla sola area ex ospedale — affidato all'Università Politecnica delle Marche. Il coordinamento è affidato al professor Mondaini e alla professoressa Ferretti: gli stessi che erano alla mostra del novembre 2023. Il mandato è sostanzialmente identico al primo: organizzare un percorso di ascolto, raccogliere indicazioni da cittadini, associazioni e operatori economici. Il 22 novembre 2025 arriva poi l'affidamento dell'incarico per la variante urbanistica vera e propria: va a un raggruppamento temporaneo guidato da Operastudio Magni Paci di Milano e New York, con la consulenza dello Studio Equipo Mazzanti. Tra i professionisti del gruppo figura anche l'architetto Roscani — il socio di studio del professor Mondaini, chiamato a garantire la "terzietà" del processo in qualità di coordinatore universitario. Il sindaco, al Consiglio Comunale, aveva invocato il coinvolgimento dell'università proprio per assicurare questa terzietà nella valutazione. Ma se il garante della terzietà ha come socio di studio uno dei progettisti, di quale terzietà stiamo parlando? Il costo complessivo dei due masterplan supera i 140.000 euro di denaro pubblico. In un Comune che fatica a sponsorizzare le iniziative della collettività, destinare questa cifra a due incarichi che insistono sulla stessa area geografica, senza alcun coordinamento tra loro e sfasati di un anno, è uno spreco difficilmente giustificabile. Per questo è stato presentato un esposto alla Corte dei Conti, affinché verifichi se le risorse pubbliche siano state impiegate correttamente.

Ed è qui che la macchina della partecipazione mostra tutta la sua natura. Il percorso prende ufficialmente avvio il 29 ottobre 2025 con un incontro a Palazzo della Signoria. Seguono tavoli tematici di ascolto, un questionario online che raccoglie oltre mille risposte, tavoli di co-progettazione e infine la conferenza pubblica al Circolo Cittadino del 12 marzo 2026. Una sequenza impeccabile, comunicata con cura, fotografata e celebrata sui canali istituzionali. Eppure, leggendo con attenzione il questionario distribuito ai cittadini — 21 domande sulla piattaforma partecipa.comune.jesi.an.it — emerge qualcosa di molto significativo. Le domande spaziano dalla percezione dell'area alle funzioni desiderate, dagli spazi verdi alla mobilità, dalle tipologie abitative ai servizi per la comunità. Domande legittime, formulate con cura professionale. Ma c'è una domanda che non compare mai, in nessuna delle 21 voci: "Sapete che l'area è di proprietà dell'AST per l'88%?" Non c'è traccia del fatto che esiste già un progetto, commissionato dall'AST stessa all'architetto Talacchia, frutto di quattro anni di lavoro condiviso. Non c'è alcun riferimento al fatto che la variante urbanistica — prerogativa del Comune — dovrà comunque fare i conti con la volontà del proprietario dell'88% dell'area. I cittadini vengono invitati a immaginare la città dei sogni, a scegliere tra giardini tematici, spazi di co-housing, hub di mobilità, residenze sostenibili. Un esercizio piacevole, quasi terapeutico. Ma costruire con i mattoncini della fantasia su un'area che non è tua — e senza che nessuno te lo dica — non è partecipazione. È, nel migliore dei casi, una consultazione mal informata. Nel peggiore, è una scenografia.

il Consiglio Comunale di Jesi

il Consiglio Comunale di Jesi

La politica locale che non vediamo.

La consigliera comunale Quaglieri lo ha detto chiaramente in un post pubblico che condivido pienamente. Ha partecipato all'incontro in veste di semplice cittadina oltre che di consigliera, ha apprezzato l'iniziativa, ha persino avanzato una proposta concreta e sensata — residenze per anziani in formula co-housing, accanto a spazi di relazione e aggregazione, una risposta reale ai bisogni di una città che invecchia — ma ha posto la domanda che nessuno voleva sentire: i cittadini sanno che il Comune possiede solo il 12% di quell'area? Sanno che non sarà l'esito dei tavoli partecipativi a decidere il futuro di quei luoghi? È stata, la sua, una voce di onestà intellettuale in mezzo a molto rumore di fondo.

Arriviamo al punto più delicato: il dirigismo ideologico. L'AST non è un soggetto privato speculativo. È un ente pubblico che eroga servizi sanitari a beneficio di tutta la collettività e che ha investito risorse enormi per costruire il nuovo ospedale Carlo Urbani. Ha un interesse legittimo — ribadito pubblicamente dal direttore Stroppa — a valorizzare il proprio patrimonio. E ha già un progetto: quello dell'architetto Talacchia, consegnato nell'ottobre 2025 dopo anni di lavoro. Quello che questa amministrazione sta facendo è qualcosa di inedito: sta cercando di dettare l'utilizzo di un'area al suo legittimo proprietario, trincerandosi dietro la variante urbanistica di competenza comunale per imporre una visione che prescinde dalla volontà dell'AST. Il sindaco può dire che "la pianificazione urbanistica è una prerogativa dell'Amministrazione in tutto il territorio comunale", e ha ragione dal punto di vista formale. Ma il diritto di pianificare non equivale al diritto di ignorare il proprietario. Normalmente, quando si interviene su un'area di proprietà di un altro ente pubblico, si cerca un compromesso, si media, si trovano punti di caduta che rispettino sia l'interesse collettivo sia i diritti del proprietario. È esattamente quello che era stato fatto tra il 2018 e il 2022. La rottura è diventata pubblica alla conferenza del 12 marzo 2026 al Circolo Cittadino: l'architetto Talacchia ha presentato il progetto sviluppato su incarico dell'AST, e la risposta del sindaco è stata, nella sostanza, "o con noi o contro di noi". Non è il linguaggio del dialogo. È il linguaggio di chi ha già deciso, e cerca solo una copertura narrativa per legittimare l'irreversibile.

C'è infine un elemento che non si può ignorare: il rischio concreto di uno spreco ancora più grande. Il Comune ha già stanziato, con uno scostamento di bilancio che comporterà nuovo debito, 2 milioni di euro per riqualificare 300-400 metri del Viale della Vittoria nel tratto contiguo all'area ex ospedale. Quei soldi vengono spesi senza sapere cosa accadrà nell'area adiacente. Se il masterplan — atteso per settembre 2026 — dovesse prevedere funzioni e flussi di traffico incompatibili con la riqualificazione già finanziata, quei 2 milioni rischiano di diventare un investimento inutile o, peggio, da rifare. Stiamo parlando di 2 milioni e 140.000 euro di risorse pubbliche investite in modo disorganico, senza una visione d'insieme, senza il coordinamento con il principale proprietario dell'area. Tutto questo, in un Comune che stenta a finanziare le iniziative culturali e sociali della città.

E mentre l'amministrazione sogna masterplan internazionali e rigenerazioni urbane firmate da archistar di fama mondiale, i cittadini del centro storico combattono contro ben altri problemi. I quotidiani locali riportano stamane le lamentele di residenti esasperati dalla presenza di ratti che hanno invaso le strade del centro — esemplari così grandi e audaci da spaventare persino i gatti. È il segno più plastico di una distanza abissale tra la narrazione istituzionale e la realtà quotidiana di chi vive la città: da un lato i pannelli di polistirolo con la città dei sogni, dall'altro i vicoli del centro dove la fauna indesiderata ha preso il sopravvento.

Non sono contrario alla riqualificazione del Viale della Vittoria. Non sono contrario alla rigenerazione dell'area ex ospedale. Sono contrario a questo modo di procedere: ideologico, autoreferenziale, sordo alle ragioni del proprietario dell'area e ai diritti dei cittadini a essere informati prima di essere consultati. Quello che chiedo è semplice: riprendere il dialogo con l'AST, partendo dal progetto Talacchia come base di lavoro e non come ostacolo da aggirare; informare i cittadini — prima di chiedere loro di partecipare — di chi è l'area, di quali vincoli esistono, di quale progetto è già sul tavolo; chiarire pubblicamente i rapporti professionali tra i soggetti coinvolti nel masterplan; e fare una pianificazione complessiva della viabilità cittadina prima di spendere 2 milioni su un singolo tratto di viale.

La partecipazione è una cosa seria. Così come la trasparenza. E la verità.