Questo articolo accompagna il video che ho registrato il 27 novembre 2025 — prima che il tema diventasse oggetto di polemiche pubbliche. Lo ripropongo qui perché i fatti che descrivevo allora sono oggi al centro del dibattito cittadino, e perché credo che capire come si è arrivati a questo punto sia più utile di qualsiasi commento a caldo.
Guarda il video completo nella sezione Video del sito.
Il 27 novembre scorso registravo un podcast su un tema che allora sembrava tecnico e oggi è diventato politicamente esplosivo: l'area ex ospedale di Jesi. La tesi era semplice — e scomoda. La Giunta comunale stava seguendo un percorso costruito per imporre la propria progettualità su un'area di cui possiede il 12%. Il restante 88% appartiene all'AST, che su quella stessa area aveva già un piano: cinque anni di lavoro, sviluppato in piena sinergia con la precedente Amministrazione. Quel piano è stato messo da parte. Quello che è successo dopo, lo sappiamo.
Il dato che cambia tutto
Il 12% contro l'88% non è un dettaglio tecnico. È la chiave di lettura dell'intera vicenda. Un'amministrazione comunale che possiede il 12% di un'area non può — né sul piano giuridico né su quello del buon senso istituzionale — dettare le condizioni al proprietario del restante 88%. Eppure è esattamente quello che è accaduto.
L'AST non è un soggetto privato speculativo. È un ente pubblico che eroga servizi sanitari a beneficio di tutta la collettività e che ha investito risorse enormi per costruire il nuovo ospedale Carlo Urbani. Ha un interesse legittimo a valorizzare il proprio patrimonio. E ha già un progetto: quello dell'architetto Talacchia, frutto di anni di lavoro condiviso con la precedente amministrazione. Un progetto che prevedeva una grande piazza pubblica, edifici residenziali, spazi commerciali, una sede per il liceo artistico e una palestra con tribune. Un progetto vero, concreto, costruito con pazienza.
La rottura
Tra il 2018 e il 2022 il lavoro procedeva con metodo. Poi, con l'arrivo della nuova giunta nel 2022, ogni interlocuzione viene interrotta. Non c'è un atto formale, non c'è una comunicazione ufficiale. C'è semplicemente il silenzio — e poi la costruzione parallela di un percorso alternativo, con masterplan affidati all'università, tavoli partecipativi, questionari online. Un percorso impeccabile nella forma, ma costruito su una premessa non dichiarata: che la volontà del proprietario dell'88% dell'area fosse, di fatto, irrilevante.
La rottura è diventata pubblica alla conferenza del 12 marzo 2026 al Circolo Cittadino, quando l'architetto Talacchia ha presentato il progetto sviluppato su incarico dell'AST. La risposta del sindaco è stata, nella sostanza: o con noi o contro di noi. Non è il linguaggio del dialogo. È il linguaggio di chi ha già deciso.
Cosa chiedevo allora, cosa chiedo oggi
Novembre 2025. Chiedevo una cosa sola: che si riprendesse il dialogo con l'AST, partendo dal progetto Talacchia come base di lavoro e non come ostacolo da aggirare. Che i cittadini venissero informati — prima di essere consultati — di chi è l'area, di quali vincoli esistono, di quale progetto era già sul tavolo.
Lo chiedo ancora oggi. Perché la partecipazione è una cosa seria. Così come la trasparenza. E la verità.
Per l'analisi completa e dettagliata della vicenda — inclusi i rapporti professionali tra i soggetti coinvolti nel masterplan, i costi dei due incarichi universitari e il rischio di spreco dei 2 milioni stanziati per il Viale della Vittoria — leggi l'articolo "Area ex ospedale di Jesi: la partecipazione come scenografia".
