Ancona ha vinto. Il dossier "Questo Adesso" è stato giudicato eccellente dalla commissione ministeriale, eletto all'unanimità, elogiato dal ministro Alessandro Giuli come "modello di progettazione culturale innovativa, sostenibile e condivisa". Un milione di euro arriverà in città per realizzare il programma. Ottanta progetti originali e site-specific, quattro macroaree — Questo Mare, Via Maestra, Adesso Parco, Mare Culturale — e la direzione artistica di Dante Ferretti, tre volte premio Oscar.

È una bella notizia. Davvero.

Adesso viene la parte difficile.

Il paradosso del riconoscimento

Ancona vince il titolo di Capitale italiana della Cultura 2028 come città. Non come sistema-Marche. Non come regione. Come città.

È un dettaglio che sembra tecnico ma non lo è. Perché la domanda che nessuno sta ancora ponendo è: cosa cambia se Ancona 2028 diventa un progetto regionale invece che comunale? E cosa succede — come è già successo troppe volte — se il capoluogo porta a casa il riconoscimento e le altre province lo guardano da lontano, come al solito, con quella miscela di orgoglio e risentimento che è il marchio di fabbrica del campanilismo marchigiano?

Macerata ha il Macerata Opera Festival. Pesaro è Capitale della Musica UNESCO. Urbino è patrimonio mondiale dell'umanità. Recanati è Leopardi. Loreto è uno dei santuari mariani più visitati al mondo — 1,2 milioni di presenze nel 2023, +30% rispetto al 2021. Ogni città ha il suo gioiello. Nessuno ha mai pensato seriamente a un circuito culturale marchigiano integrato che parli al mondo con una voce sola.

Ancona 2028 potrebbe essere quella voce. O potrebbe essere l'ennesima occasione persa.

La filiera istituzionale: un'opportunità che non si ripete

C'è un elemento che rende questo momento diverso da tutti i precedenti, e che la classe dirigente marchigiana farebbe bene a non sprecare: per la prima volta da decenni, Comune di Ancona, Regione Marche e Governo nazionale condividono lo stesso colore politico. Il sindaco Daniele Silvetti, il presidente Francesco Acquaroli, il ministro Alessandro Giuli: centrodestra, stessa coalizione, stessa visione di fondo.

Nella politica italiana, questa coincidenza è rara e preziosa. Significa che i fondi possono arrivare senza le consuete guerre di trincea tra livelli istituzionali. Significa che un progetto ambizioso — un circuito culturale regionale, un polo universitario federato, un'agenzia per l'attrazione degli investimenti — può trovare sponda a tutti i livelli senza essere bloccato da veti incrociati.

La domanda è: qualcuno sta usando questa finestra di opportunità? O ci si limita a festeggiare il titolo e a organizzare convegni?

Capitale della cultura o capitale dell'evento?

Il rischio storico di questi titoli è noto: si trasformano in una sequenza di inaugurazioni, mostre temporanee, concerti, performance site-specific che durano dodici mesi e poi svaniscono senza lasciare nulla di strutturale.

Matera 2019 è il caso più citato. I numeri sono reali: +28% di occupati nel comparto turistico-culturale, incremento significativo degli arrivi internazionali, visibilità mediatica senza precedenti per una città che fino ad allora era conosciuta principalmente per i Sassi. Ma a cinque anni di distanza, cosa resta? Le infrastrutture culturali costruite per l'evento sono ancora attive? Il tessuto imprenditoriale locale è cresciuto in modo stabile? Le risposte sono più complesse di quanto i comunicati stampa lascino intendere.

Bergamo-Brescia 2023 offre un modello più interessante, perché ha lavorato sulla rete — due città, non una — e ha puntato su un'eredità strutturale: musei rinnovati, percorsi turistici integrati, accordi con le università. Non è un caso che sia stato il primo titolo assegnato a due città contemporaneamente.

Ancona 2028 ha ottanta progetti. Ma quanti di questi saranno ancora attivi nel 2030? Quanti avranno prodotto infrastrutture, competenze, reti internazionali che sopravvivono alla scadenza del titolo?

Ho avuto la fortuna di vedere da vicino cosa significa fare le cose per bene. Qualche tempo fa fui invitato da Giovanna Ricuperati, presidente di Confindustria Bergamo — prima donna alla guida degli industriali bergamaschi — all'inaugurazione del riallestimento dell'Accademia Carrara, la pinacoteca che custodisce capolavori di Pisanello, Botticelli, Raffaello. Un museo che era rimasto chiuso otto anni per un restauro profondo, riaperto nel 2015 grazie a un modello di mecenatismo che in Italia è ancora troppo raro: imprenditori bergamaschi che donano opere d'arte, che finanziano il restauro, che costruiscono con la Fondazione Accademia Carrara un progetto strutturale — il programma "Quota 15.000 — L'impresa che sostiene la bellezza" — per portare i propri dipendenti e collaboratori al museo come parte del welfare aziendale.

Non era un evento. Era un ecosistema. La cultura come infrastruttura del territorio, non come ornamento. Gli imprenditori bergamaschi non aspettavano che il Comune o la Regione facessero qualcosa: si erano messi in prima fila, con i propri soldi e il proprio nome, a costruire qualcosa che sarebbe rimasto. Quella serata mi ha fatto capire la distanza che separa Bergamo dalle Marche — non in termini di bellezza o di patrimonio, ma di visione e di coraggio collettivo.

Il turismo culturale e religioso: un'industria che le Marche non hanno ancora costruito

Parliamo di numeri. Il turismo religioso vale globalmente oltre 18 miliardi di euro, con 300-330 milioni di pellegrini nel mondo ogni anno. Lourdes genera circa 270 milioni di euro l'anno di indotto economico locale. Santiago de Compostela, con 98.000 abitanti, ha accolto 838.000 visitatori nel 2022 — più turisti per abitante di Barcellona. Fatima, in Portogallo, ha trasformato un piccolo villaggio in una delle mete religiose più visitate d'Europa.

Le Marche hanno Loreto. Un santuario mariano tra i più importanti al mondo, meta di pellegrinaggio per cattolici da ogni continente, con 1,2 milioni di presenze nel 2023. Hanno Urbino, patrimonio UNESCO, città di Raffaello, con un centro storico rinascimentale tra i meglio conservati d'Italia. Hanno 32 dei "Borghi più belli d'Italia" — terza regione in Italia per numero di borghi certificati. Hanno oltre 100 teatri storici disseminati tra borghi e città, un patrimonio unico in Europa per densità e qualità. Hanno il Parco Regionale del Conero, le Grotte di Frasassi, i Monti Sibillini.

Nel 2025 le Marche hanno registrato un nuovo record: 2,9 milioni di arrivi e 11,9 milioni di presenze. I dati crescono. Ma crescono in modo spontaneo, senza un progetto di sistema.

Il punto non è che le Marche non abbiano attrattori. Il punto è che non li hanno mai messi in rete. Loreto non dialoga con Urbino. Urbino non dialoga con Recanati. Recanati non dialoga con il Conero. Ogni borgo, ogni teatro, ogni santuario è un'isola. Un'isola bellissima — ma un'isola.

Ancona 2028 potrebbe essere il momento per costruire finalmente quella rete. Un circuito culturale e religioso marchigiano integrato, con un brand riconoscibile, una piattaforma di prenotazione comune, una strategia di comunicazione internazionale. Non è fantascienza: è quello che hanno fatto regioni come la Toscana, l'Umbria, la Catalogna.

Il nodo della formazione: un'industria culturale senza lavoratori formati

C'è un paradosso che nessuno sembra voler affrontare: le Marche stanno costruendo un'industria culturale e turistica senza formare i lavoratori che quella industria richiede.

Il turismo culturale e religioso di qualità — quello che porta visitatori ad alta spesa, che genera indotto duraturo, che trasforma un borgo in una destinazione internazionale — richiede competenze specifiche: management culturale, marketing territoriale, hospitality management, digital storytelling, heritage management. Sono professioni che si imparano nelle università e nelle business school.

Le quattro università marchigiane, frammentate e campaniliste come abbiamo già discusso, non hanno ancora sviluppato un polo di eccellenza in questi ambiti. Una federazione universitaria — con un corso di laurea magistrale in Cultural Heritage Management, una scuola di specializzazione in turismo religioso e culturale, partnership con istituzioni internazionali — potrebbe diventare il retrobottega di Ancona 2028 e di tutto il sistema turistico-culturale marchigiano.

È esattamente il modello che ha funzionato a Barcellona, dove l'Università Pompeu Fabra ha costruito un polo di eccellenza in gestione culturale che alimenta l'ecosistema creativo della città. O a Bologna, dove l'università ha contribuito in modo determinante a costruire l'identità culturale della città.

I creativi che se ne vanno

C'è una categoria di persone che le Marche perdono in modo sistematico e silenzioso: i giovani che studiano architettura, design, comunicazione, cinema, arti visive. Escono dai licei artistici di Pesaro, Ancona, Macerata. Vanno a studiare a Milano, Roma, Berlino, Amsterdam. E non tornano.

Non perché le Marche siano brutte. Ma perché manca l'ecosistema che li assorba. Un'industria culturale seria — quella che Ancona 2028 potrebbe contribuire a costruire — crea posti di lavoro per i creativi. Crea agenzie di comunicazione, studi di design, imprese culturali, startup nel turismo esperienziale. Crea il contesto in cui vale la pena restare.

Ma questo richiede un progetto decennale, non un programma annuale.

Il confronto con i modelli internazionali

Cosa ha fatto Essen 2010 — la Ruhr, Capitale Europea della Cultura — per reinventare un territorio industriale in declino? Ha usato il titolo come acceleratore di un piano di rigenerazione che durava da anni: musei, parchi industriali trasformati in spazi culturali, rete di città collegate. Il risultato è stato una trasformazione strutturale del territorio, non un evento.

Cosa ha fatto Marsiglia 2013? Ha puntato sulla rigenerazione del waterfront, sul dialogo con il Mediterraneo, sull'apertura internazionale. Ha lasciato infrastrutture — il MuCEM, il Musée Regards de Provence — che sono ancora attive e attraggono visitatori.

Ancona ha il mare. Ha il porto. Ha la storia adriatica. Ha Dante Ferretti che vuole costruire il Museo della civiltà del mare Adriatico. Ha tutti gli ingredienti per fare quello che Marsiglia ha fatto con il Mediterraneo.

Ma Marsiglia non l'ha fatto da sola. L'ha fatto come progetto regionale, con la Provenza, con il governo francese, con l'Unione Europea.

Adesso o mai più

Il titolo del dossier di Ancona è "Questo Adesso". È un'intuizione felice, ispirata ai versi del poeta anconetano Francesco Scarabicchi. Un tempo che chiede di essere vissuto, abitato, condiviso.

È anche, involontariamente, una sfida politica. Perché "adesso" è esattamente il momento giusto: la filiera istituzionale è allineata, i fondi ci sono, l'attenzione mediatica è alta, il territorio ha le risorse. Se non si costruisce qualcosa di strutturale adesso — un sistema universitario federato, un circuito culturale e religioso integrato, un'agenzia per l'attrazione degli investimenti, una scuola di formazione per i professionisti della cultura — non si costruirà mai.

Le Marche hanno già sprecato troppe occasioni. Il terremoto del 2016 avrebbe potuto essere l'occasione per ripensare il modello di sviluppo delle aree interne. Non lo è stato. La pandemia avrebbe potuto accelerare la transizione digitale delle imprese e del turismo. In parte lo ha fatto, ma senza regia. Ogni volta, l'occasione è arrivata e se n'è andata senza lasciare un progetto.

Ancona 2028 è un'altra di quelle occasioni. Forse l'ultima con queste caratteristiche — una finestra istituzionale favorevole, un riconoscimento nazionale, un'attenzione internazionale — per almeno un decennio.

Il dossier dice "Questo Adesso". Speriamo che qualcuno lo prenda sul serio.